La strategia USA del golpe blando in Latinoamerica
La sospensione di Dilma Rousseff dall’incarico di Presidente per corruzione, votata dal Senato Brasiliano, è l’ultimo atto di una serie di diversi tentativi golpisti blandi che hanno investito i governi progressisti del continente Latinoamericano. Dietro questi golpe vi è la regia degli USA, che mai hanno abbandonato l’idea di riprendere il controllo politico-militare totale di quella parte di continente latinoamericano da loro sempre considerato il proprio cortile di casa. La nuova strategia del golpe blando, messa in pratica in questi ultimi anni dagli USA, ha preso di mira tutti i paesi retti da regimi progressisti come il Venezuela di Maduro, L’Ecuador di Correa, il Nicaragua sandinista, ma anche paesi i cui governi attuavano politiche economiche indipendenti, non gradite a Washington, come il Brasile di Dilma Rousseff o l’Argentina dei Kirchner. Gli USA, in questi ultimi anni, hanno cambiato strategia rispetto a quella attuata nei primi 10 anni di questo secolo: dall’intervento golpista diretto classico come era accaduto, fallendo, contro Chavez nel 2002, con la deposizione golpista di Manuel Zelaya in Honduras nel 2009 e, ultima, la deposizione del Presidente del Paraguay legittimamente eletto Fernando Franco, gli USA sono passati ad una azione meno diretta, calcolata a tavolino, preparando e finanziando le opposizioni più svariate, per creare un clima di guerra di debole intensità, non convenzionale, giocato con l’utilizzo dei canali informativi e con la creazione di casi giudiziari atti a preparare il terreno per manipolare masse di opinione pubblica che chiedano la deposizione di presidenti e governi non graditi agli USA. Per attuare questa nuova strategia gli USA utilizzano metodi di piazza, anche violenti, già ampiamente collaudati nella Serbia di Milosevic, in Ukraina e in altri contesti internazionali. Siamo di fronte ad una offensiva USA a 360 gradi nel continente Latinoamericano, che mostra altresì la debolezza politica della stessa proposta bolivariana. Nonostante il cambio politico attuato dalla presa del potere dei vari partiti bolivariani in Venezuela, Bolivia, Ecuador e Nicaragua, che hanno decisamente modernizzato le struttura di questi paesi e hanno migliorato le condizioni di vita, la sanità, l’educazione e il vivere civile di milioni di persone, sino allora sulla soglia della povertà, non hanno saputo spingere il cambiamento sociale sino alle estreme conseguenze, faticosamente iniziato nei primi anni del loro potere. I governi bolivariani non hanno potuto, o non hanno saputo, rimuovere il vecchio modo corrotto di fare politica e, adesso, di fronte alla crisi economica che dal primo mondo sta raggiungendo lentamente anche i loro paesi e con il ribasso drastico del prezzo del petrolio, dovuto alla caduta della Libia indipendente di Gheddafi e al formarsi, nell’area petrolifera tra Iraq e Siria, del terroristico Stato Islamico, che svende petrolio al 50% del suo prezzo fissato a livello internazionale, in cambio di armi e derrate alimentari, le attuali economie di questi paesi progressisti, ancora vigenti in un sistema economico prevalentemente capitalista, stanno mostrando la corda, non potendo più garantire quei livelli di investimenti a favore delle classi subalterne. Questi governi bolivariani non riescono più a garantire quella vita dignitosa alle masse povere come avevano, sino ad oggi, garantito e ampliato. La conseguenza di ciò è l’alienazione da parte dei governi bolivariani del sostegno di quelle fasce popolari che, sino ad oggi, erano il loro serbatoio elettorale e politico, con la conseguenza dell’indebolirsi del consenso popolare attorno a questi governi e l’ascesa delle proteste popolari fomentate dall’abile regia degli USA e dei loro alleati interni. Il progetto degli USA è sostenere il malcontento e la disaffezione di larghe fasce popolari e, con l’aiuto di media, in gran parte in mano al grande capitale, creare un clima di guerra interna di bassa intensità, per abbattere i governi progressisti e instaurare, come sta già facendo Macrì, in Argentina, dei governi neoliberisti, emanazione dell’imperialismo USA e difensori delle vecchie caste oligarchiche conservatrici.
Circolo Culturale Proletario di Genova
Maggio 2016